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Ferma.
Eppure
in viaggio.
Una
Armonia
di quattro.
Delineata
E mutevole
come l’acqua.



Dentro
e fuori
al confine



Libera
il pensiero




un sigillo
aperto



e
mille
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1 maggio 2011

Zygmunt Bauman, Vite che non possiamo permetterci.

Uno Stato è sociale quando promuove il principio dell’assicurazione collettiva avallata dalla comunità contro le disgrazie individuali e le loro conseguenze. E’ quel principio(dichiarato, realizzato e reputato efficace e affidabile) ciò che innalza la “società immaginata” a comunità “reale” – ossia concretamente sentita e vissuta, sostituendo così all’”ordine per egoismo” che genera sfiducia e sospetto, l’”ordine dell’uguaglianza”, che ispira fiducia e solidarietà.(…) L’applicazione di tale principio può proteggere ( come spesso accade) gli uomini e le donne dalle tre piaghe della povertà, dell’impotenza e del degrado; ma la cosa più importante è che può diventare( come in linea di massima accade) fonte abbondante di solidarietà sociale, capace di convertire la “società” in bene comune, comunitario. La società può elevarsi a comunità solo finché protegge efficacemente i suoi membri contro gli orrori gemelli della miseria e dell’umiliazione, del terrore di essere esclusi, di cadere o essere spinti fuori dal treno del progresso, che accellera sempre più, di essere condannati alla “ridondanza sociale” o comunque marchiati come “rifiuti umani”.( Zygmunt  Bauman, Vite che non possiamo permetterci,2011, Laterza, p.35).

Nel suo ultimo libro, Z.B. descrive e spiega la deriva di un capitalismo che fomentando l’istinto di supremazia sull’altro e della competizione più feroce, rende l’uomo un animale da combattimento completamente scisso da sé stesso e dai suoi simili. Un Homo homini lupus, bene addestrato a sentirsi padrone del proprio destino, ma in realtà schiavo di oligarchie economiche e politiche.

Ciò che salta agli occhi, in questi esseri che , resi , spesso a loro insaputa, macchine da profitto perfette, è che, traendo la loro soddisfazione dal materialismo più bieco, han perso la nozione del concetto di “felicità”. Accaparrandosi ogni bene promesso dalla società dei consumi, perdono, poco alla volta, la loro dimensione umana, per diventare una sorta di “ricettatori” di oggetti e persone, misurando la propria realizzazione dalla quantità di potere acquisita. Se desideri qualcosa, prenditelo, con ogni mezzo a tua disposizione; solo così ti sentirai bene. Sarai acclamato nella società dei più e chi ti critica è solo per invidia e frustrazione.

Con la fine della politica come amministrazione del bene pubblico, è  il potere economico a sancire le modalità di comportamento delle società globalizzate. L’azienda è diventata la metafora della società stessa, dove ognuno deve svolgere diligentemente il proprio compito per avere il proprio tornaconto, attraverso il raggiungimento dei “target” o, più semplicemente, attraverso amicizie importanti che, in cambio, richiederanno appoggi e favori. Un do ut des.

Scrive Bauman:” Sono convinto che alla base dell’attuale “globalizzazione della disuguaglianza” vi sia la ripetizione, su scala planetaria, del processo de “separazione” tra “casa” e “impresa” posto da Max Weber alle origini del capitalismo moderno, vale a dire emancipazione degli interessi imprenditoriali da tutte le istituzioni socioculturali preesistenti deputate alla supervisione e al controllo in base a principi etici( istituzioni che all’epoca erano concentrate nella dimora familiare/laboratorio e, attraverso questa, nella comunità locale), in modo da rendere le iniziative economiche inattacabili da qualsiasi valore che non fosse la massimizzazione del profitto.(…) una rapida diffusione della sofferenza( povertà, disgregazione di famiglie e comunità, riduzione e depauperamento dei legami umani, ridotti al “legame monetario” come lo chiamò Thomas Carlyle ) e la nascita di una terra di nessuno, senza leggi vincolanti né supervisione amministrativa, visitata solo di tanto in tanto da giudici itineranti” ( Z. B. op. cit., p. 60).

La lingua, che come diceva De Saussure, si evolve attraverso i fatti, registra parole come “scuola-azienda”, “partito-azienda”, impoverendo e falsificando significati. Termini come “ottimizzazione”, “delocalizzazione”, “risorse umane”, “multitasking”,” budget” non sono più inerenti solo ai meccanismi d’impresa, ma diventano criteri di socialità, realizzazione personale che DEVE coincidere con quella professionale, valutazione del proprio essere.

Le istituzioni politiche, orfane degli ideali dei secoli scorsi, e dunque ritenuti obsoleti ed antiquati, si sono trasformate in cani da guardia delle multinazionali e delle Borse mondiali. Lo Stato, concepito come potere accentratore e nemico delle libertà individuali, si fa elastico e dispensatore di “felicità” nella misura in cui è in grado di garantire il benessere economico dei cittadini, non garantendo a tutti le stesse possibilità, bensì difendendo e tutelando le esigenze egoistiche care al capitalismo, attraverso lo strumento della paura:”

Lo Stato contemporaneo, avendo revocato il precedente atteggiamento terapeutico verso le conseguenze dell’insicurezza creata dal mercato e avendo proclamato che la missione di qualsiasi potere politico preoccupato del benessere dei suoi sudditi è perpetuare e accrescere quell’insicurezza , deve cercare altre versioni non economiche della vulnerabilità e dell’insicurezza e basare su di esse la propria legittimità; recentemente tale alternativa sembra essere stata individuata sul terreno della sicurezza personale: delle minacce al corpo, ai beni e agli habitat umani provenienti dalla criminalità, dai comportamenti antisociali della “sottoclasse” e, ancor più di recente, dal terrorismo globale.” (op.cit.,pp.88-89)

Al pari dello Stato anche la Chiesa ha eretto le sue fondamenta sulla paura, esiliando il “male” nelle terre di un “demonio” esterno all’essere umano, preda e pedina di proposte che allontanerebbero l’uomo dal “regno dei cieli”. Un uomo creatura di un dio vendicatore e principio del Tutto è un uomo che ha barattato il proprio senso critico e la coscienza di sé in cambio di una pseudo-felicità, che lo rende schiavo comunque.

Ciononostante:” la crisi ci può offrire opportunità sia per modificare che per analizzare la nostra situazione: per cercare di capire come siamo arrivati al punto in cui ci troviamo e che cosa possiamo fare ( se lo possiamo) per cambiare direzione. Può rappresentare davvero un’occasione per produrre “nuova conoscenza” e per tracciare nuove frontiere epistemologiche, che avranno implicazioni per le future linee di ricerca e di dibattito.(..) è opportuno effettuare un check-up completo, una revisione del modello che ha definito il nostro approccio all’economia, per valutare dall’attuale crocevia storico quali saranno le istituzioni destinate a sopravvivere e quali potrebbero invece risultare superflue o “estinguersi”.”(op.cit.,p. 192).

E’ necessario ricominciare a pensare, a dedicare tempo ed energie ad un Pensiero/Azione, nonostante l’attuale società consumista reputi l’intellettuale un perditempo improduttivo e nocivo.

Leggere, riflettere, ricordare ed elaborare dovrebbero diventare i nuovi assunti per discutere, in quanti più possibile, di bene comune e reale Felicità; memori delle esperienze passate, degli errori commessi e consapevoli delle possibilità offerte dalla scienza, dall’educazione e dal talento di cui può dar prova l’essere umano. Consci anche delle nostre debolezze, non relegate al regno astratto del “male”, ma alla nostra natura, comunque sfumata, mobile; razionale ma anche istintuale. 

E’ necessario perché doveroso verso le generazioni future e quelle passate che spesso attraverso grandi perdite umane hanno cercato di lasciarci un mondo migliore. E’ necessario per noi, se vogliamo ancora sentirci esseri umani e non misere pedine ripiegate su sé stesse di una Storia che appare nemica, ma che è solo il nostro specchio.

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